Piazza Trincheri racconta:
"Il compagno d'armi"

 

Io e Martino siamo entrati insieme nell’esercito: tutti e due figli di veterani, abbiamo prestato il sacramentum militiae, il giuramento militare, a 15 anni e ci hanno mandati insieme in Gallia, assegnati al Corpo di Guardia dell’Imperatore, l’Augusto Costanzo II, e il Cesare Giuliano.

Quante ne abbiamo passate insieme! Eravamo come fratelli, ma lui era diverso da tutti gli altri. A volte lo prendevo in giro e gli dicevo che aveva sbagliato mestiere: era troppo gentile, troppo delicato, troppo…altruista. Era più facile che corresse ad aiutare un compagno ferito che non lanciarsi sul campo a finire un nemico morente… Lui rideva e diceva che effettivamente aveva solo seguito le leggi imperiali per non far vergognare suo padre. Faceva cose strane e a volte gli dicevo che non volevo sapere dove era stato e con chi, perché non avrei sputo come reagire, dopo. Comunque, è sempre stato al suo posto, ottimo soldato e amico incomparabile.

Nel giorno di Pasqua del 339, avevamo 22 o 23 anni, ho capito che aveva combinato qualcosa. Allora eravamo ad Amiens ed era tornato all’accampamento con una faccia…non so come dire…era come trasfigurato, come fosse qui col corpo, ma da un’altra parte con testa e cuore…Oh, sì! Avevo capito, finalmente! Alla veneranda età di 22 anni il mio amico e fratello Martino aveva conosciuto le dolcezze dell’amore! Per forza! Uno con una faccia così e un’espressione stupida dipinta sul viso, che altro poteva aver combinato se non giocare con una bella etera in un lupanare? Ah! L’ho stretto forte e l’ho sollevato da terra ridendo e dicendogli quanto ero orgoglioso che fosse diventato un uomo a tutti gli effetti (io in questo ero sempre stato un passo avanti e frequentavo le donne da tempo…). Martino mi ha guardato ed ha sorriso prima di dirmi: “No, Tullio, niente donne, che pure sono il miele della terra. Oggi ho ricevuto il Battesimo”… Ve l’ho detto che era strano, ma era così felice…Io non capivo, ma a Martino volevo bene e così ho deciso di essere felice con lui. Mi ha detto: “ Sono sicuro che un giorno capirai, fratello mio”… Quando mi ha chiamato “fratello”, quella parola mi ha dato una strana emozione. Così sono andato ad ubriacarmi. Quella sera è stato Martino a riportarmi al campo: mi è venuto a cercare, mi ha trovato, devastato dal vino, mi ha caricato sulle spalle. Perché Martino era così.

Ad ogni modo, questo Battesimo male non gli aveva fatto, perché lui era sempre lo stesso, sia come soldato che come amico. Forse era più taciturno e allo stesso tempo più sereno per qualcosa che sapeva solo lui.

Nel 356 eravamo in piena campagna sul Reno: l’Imperatore Costanzo II combatteva contro Alamanni e Franchi. Sapevamo che il giorno seguente ci sarebbe stata una grande battaglia, decisiva. Eravamo vicino a Basilea, ad Augusta Raurica, e presto saremmo stati chiamati per ricevere il donativum, perché quando si rischiava davvero di morire, per incoraggiare noi soldati l’Imperatore ci dava una specie di integrazione allo stipendium, e devo dire che non era niente male.

Martino era vicino a me, in fila, e vedevo che era irrequieto: lo conoscevo bene… Ho cercato di farlo parlare: voleva rifiutare il premio e chiedere invece il congedo, lasciare l’esercito, insomma, mollarmi lì! Per poco non gli ho mollato un pugno! E proprio allora lo chiama l’Imperatore e quella testa di legno si inchina e gli dice, non me lo scorderò mai:” Finora ho militato per te. Lascia che ora militi per Dio” …Apriti cielo! L’imperatore c’è rimasto di sale e con una voce dura gli ha detto che non era da uomo e da soldato dell’Impero sottrarsi alla militia per paura, nascondendosi dietro motivi di coscienza religiosa… E quell’altro sfrontato, che ormai chi lo fermava più, gli ha risposto serafico:” Domani mi porrò privo d’armi davanti all’esercito schierato nel nome del Signore Gesù, protetto dal segno della croce, non dallo scudo né dall’elmo che qui ai tuoi piedi depongo, e penetrerò in tutta sicurezza nelle guarnigioni nemiche”… Gli si era girato il cervello.

Ma l’Augusto che, diciamolo, era un furbo, lo ha fatto prendere e cacciare in prigione: non voleva che scappasse in attesa della prova del giorno seguente… E chi l’ha scortato in prigione e tenuto d’occhio tutta la notte? Io! Meglio, così abbiamo potuto parlare, ma è stato inutile: lui era sereno e sicuro. Tanto che alla fine anche io pensavo che avremmo visto cose mirabili. Martino credeva e faceva sentire questa fede agli altri, anche ad un mulo come me.

Il giorno dopo l’ho accompagnato come detto, ma io tenevo la mano sulla spada, perché non avrei lasciato che morisse senza cercare di salvarlo… Ed ecco che all’improvviso dal campo nemico arriva un manipolo di cavalieri: i nemici avevano inviato un’ambasciata per trattare la pace… Quello era un miracolo, perfino per me. Guardavo Martino: sul suo viso non c’era un ghigno trionfante, ma quella sua serenità dolce, come se non fosse stato merito suo, ma ne fosse solo stato il mezzo, il tramite usato da chi era, ed è, più grande. E l’Augusto gli ha concesso il congedo…

Nella tenda preparava le sue poche cose: il mantello, una tunica, dei sandali. Il resto lo lasciava a me, che almeno potessi ricordarlo. Mi sono sentito morire. E non volevo, perché sono un soldato dell’Imperatore, figlio di veterano e quasi veterano anche io, con le mani sporche del sangue di nemici vinti, non facile alle emozioni. Io non mi commuovo. Eppure quando Martino, mio fratello d’armi, mi ha abbracciato stretto da togliere il fiato, dai miei occhi le lacrime sono scese copiose come un torrente di montagna, che non si fa fermare nemmeno dai massi più grossi. La mia anima gridava in silenzio e piangeva nel perdere forse l’unica persona cara, dopo i pochi ricordi di mia madre, l’unico vero amico, fratello più che di sangue…

Ero solo nel fondo di un burrone dalle pareti scoscese. Abbandonato in un deserto. E Martino mi ha benedetto nel nome del suo Dio, dicendomi che mai sarei stato solo e sarebbe sempre stato con me nel posto più importante...E mi ha sfiorato il petto all’altezza del cuore.

Ho guardato la sua schiena allontanarsi dal campo senza voltarsi, ma avevo un canto nel petto e un sorriso sul volto.

Martino, fratello mio per sempre.