Piazza dei Leoni racconta:
"Il povero"

 

Mi ero risvegliato in mezzo ai cadaveri. Dappertutto uomini morti. Puzza, fetore insopportabile. Avevo vomitato bile. Sangue rappreso e insetti ronzanti su tutto e tutti. Quello era stato un campo di battaglia, sicuro. Ma io non lo sapevo. Non lo sapevo più. Perché non ricordavo chi ero, dove ero, cosa era successo…

Nemmeno adesso lo so, ma in questi lunghi anni ho guardato la vita dagli angoli più bassi e sudici dove mi fermo, e ho imparato qualcosa. Di nuovo. Ho fatto collegamenti. Ma dire chi sono…no, non posso. Perché non lo so.

In certi posti, a certi angoli di vie, ti permettono di chiedere l’elemosina. In altri ti cacciano e basta. Stando rannicchiato nel marcio, sporco e puzzolente come sono, la gente quasi non mi vede: a volte un signore mi lancia una moneta, qualche buona donna un pezzo di pane duro. Più spesso mi arrivano calci, dove capita. Ho imparato a dormire con un occhio solo, e anche se cammino e corro come un ranocchio sciancato, sono veloce a sparire.

Ormai non mi chiedo più da tempo se avevo una famiglia, se ero ricco, soldato, ufficiale. Le ferite che ho sul corpo mi dicono che ho combattuto molte battaglie. E sono sopravvissuto. Forse sarebbe stato meglio morire.

Gli anni girano quasi sempre con lo stesso andamento: le primavere piovose, le estati calde e piene di frutti, se non c’è la carestia…(l’ho sentito dire da un alto prelato, caristia), e poi gli autunni di vento e funghi… Ma gli inverni con la neve, il ghiaccio, quel vento che sferza come una frusta di cuoio, mi fanno solo sperare di addormentarmi e non svegliarmi più.

Nel mio girovagare sono finito alle porte di Ambianum. Era uno di quei periodi di freddo intenso, avevo già la punta delle dita dei piedi blu e non sentivo la terra, camminando. Volevo solo dormire e sentire meno freddo. Per questo mi sono accucciato sulle mura, protetto in un angolo sotto una torretta.

Dovevo essermi appisolato, perché all’improvviso ho sentito dei passi lenti e cadenzati e il mio cuore ha fatto un tonfo: stava per passare la ronda e il soldato di guardia, il circitor, mi avrebbe picchiato, nella migliore delle ipotesi, buttato giù dalle mura o passato a fil di spada alla peggio. Ho chiuso gli occhi: non volevo vedere. Sarebbe stato quello che aveva da essere. Avevo già vissuto troppo. E quello non era vivere.

Il circitor si è fermato proprio davanti a me. Tremavo. Non solo per il freddo. Ero un mucchio di stracci coperto di neve e ghiaccio. Lui mi ha toccato. Ho sentito il calore della sua mano su di me. Non ha detto nulla. Un fruscìo e ho aperto gli occhi: il giovane soldato si era tolto il bel mantello militare, quello che da una parte è stoffa morbida e dall’altro calda pelliccia, e lo teneva con una mano. Nell’altra aveva la spada.

“Ecco, mi uccide e non vuole sporcare il suo bel mantello”

Con la spada ha separato le due parti, si è rimesso addosso la stoffa e mi ha avvolto nella pelliccia.

E’ stato allora che l’ho guardato negli occhi: come un abbraccio, mi ha fatto ricordare qualcosa che non sapevo più… Che anche io ero stato amato un tempo, che ero un uomo nonostante tutto. Il suo mantello di pelliccia non mi ha solo riscaldato: mi ha fatto ritrovare la mia dignità di essere umano.

Da questo momento potevo, e dovevo, ricominciare a vivere.