Piazza San Michele racconta:
"La signora"

 

Anno Domini 1011.

Guardo dalla finestra il trionfo di questo tramonto sulla mia terra di Catalogna: bella di colori e di calore, profumata e inebriante. E piango.

Io e il mio sposo non avremo mai un erede: i molti possedimenti e i forzieri pieni d’oro non sono bastati perché l’occhio benevolo dell’Altissimo ci facesse la grazia più grande. Il mio ventre è secco. Come a volte in estate, quando la pioggia concede raro refrigerio…

C’è stato un tempo in cui mi sono chiesta, che Dio mi perdoni, se non avere figli dipendesse da me o dal mio sposo e consorte. Ero giovane, mi disperavo e imputavo a me e ai miei peccati questa crudele incapacità. Poi ho cominciato a guardarmi attorno: avevo occhi attenti, e dove non arrivavo, c’erano altri occhi, a me fedeli, che mi raccontavano ciò che vedevano… Mio marito amava le donne: spesso giaceva con femmine non certo legate a lui dal sacro vincolo, come me. Nobili e contadine, cortigiane o zingare, diciamo che ho spartito la mia dolce metà con tutto l’universo femminile che ci circondava. Eppure, mai e poi mai dai suoi tradimenti nacque un figlio.

Noi donne sappiamo fare conti e abbiamo sensazioni che gli uomini non hanno. Ora che giovane non sono più, sono certa che il mio signore non possa procreare. Io sì. Ma farlo sarebbe stato come dichiararmi adultera. Ho volto il mio amore a Dio e in un ultimo tentativo, per compiacere mio marito, ho fatto un voto per ottenere una grazia: avrei compiuto un lungo pellegrinaggio, toccando i più famosi monasteri conosciuti. In Catalogna e in tutta la Spagna, negli ultimi tempi i monasteri avevano perso lo splendore di una fede ben radicata, quindi sarei andata al di là dei confini e degli orizzonti, e se nemmeno questo avesse funzionato…Fiat voluntas tua, amen.

Sono partita con un piccolo seguito, a dorso di mulo: non si va in pellegrinaggio sventolando ricchezze e potere. Ho pregato in ginocchio in non so più quante chiese, monasteri, cattedrali, baciando le pietre fredde del pavimento. Ma soprattutto ho visto, e amato, paesaggi incomparabili, marine che parevano uscire dal pennello di un pittore, montagne erte, distese di erba e fiori che veramente allargavano il mio cuore, riempiendolo di una serenità insperata.

Quando sono stata ad Albenga e ho potuto pregare nel monastero dell’Isola Gallinaria, dedicato a Santa Maria e San Martino, che dimorò qui nel 357, pare, mi sono sentita rinascere, come essere a casa, finalmente piena di una dolcezza e tranquillità a lungo cercate. Avevo letto Gregorio di Tours, che nel suo I Miracoli di San Martino mi aveva aperto un mondo di fede e amore. Poter essere lì, dove il Santo asceta aveva vissuto, mi faceva sentire una privilegiata, davvero ricca. Mi sono follemente innamorata dell’Abazia, dell’Isola, di quel mare.

Tornata in Catalogna, e conscia che nulla ormai avrebbe potuto fare di me una madre ( non ero certo la biblica Sara e forse la mia fede, che credevo grande, non lo era abbastanza), con una grande cerimonia in Cattedrale ho ringraziato Iddio per quanto mi aveva concesso, specialmente la coscienza di ciò che ero e di cosa era stata la mia vita, della grande fortuna accordatami su questa terra e della possibilità di fare qualcosa per gli altri, se non per un figlio mio.

Per questo oggi sono qui. Asciugo le lacrime e attendo. Attendiamo, mio marito ed io, il notaio, che stilerà un documento: una parte cospicua dei nostri beni, in oggi verrà donata al Monastero dei Santi Maria e Martino dell’Isola di Gallinaria della Diocesi di Albenga dell’Ordine di San Benedetto, luogo sacro dal valore riconosciuto e dalla grande importanza per tutti i credenti.

E ringrazio Dio col canto del mio cuore perché, ora e sempre, sia fatta la sua volontà.