Piazza San Domenico racconta:
"La contadina"

 

Era giorno di mercato. Come sempre ero seduta su un sasso; vicino, la cesta di mele e il panierino con le uova. Le vendevo e mi portavo a casa le poche monete che a noi bastavano per campare. Eravamo solo io e mio marito.

Mi ero sposata giovanissima e dopo poco ero stata benedetta da una gravidanza. Purtroppo, qualcosa era andato storto, perché a un certo punto non avevo più sentito muovere il bambino dentro di me, stavo male, non riuscivo a fare nulla… Mio marito aveva fatto venire la Ghita, una donna che sa come fare e ti guarisce con le erbe, ma nemmeno lei ce l’aveva fatta a salvare il mio bambino: era morto dentro. Ghita era riuscita a togliermelo e a farmi ritornare a vivere. Dopo un anno, ero gravida di nuovo, ma dopo poche lune il mio sangue era tornato a scorrere. Ghita aveva detto che non riuscivo a portare avanti la gravidanza, mi aveva dato erbe e decotti e mi aveva detto di non pensarci, che solo Dio sapeva cosa mi aspettava. Così anno dopo anno ho cercato di essere paziente, ubbidiente, serena. Ma di figli ne ho persi almeno 5 o 6…

Io andavo sempre al mercato a vendere le nostre cose. E mentre aspettavo, intrecciavo dei cestini di paglia e foglie per metterci dentro le uova, così chi le comprava le portava via meglio.

Li ho visti arrivare da lontano: era già tardi, da lì a poco me ne sarei andata. Io anche quando lavoro con le mani, sto sempre attenta con gli occhi, perché nel mercato girano ragazzotti veloci e manigoldi che ci mettono un attimo a rubarti le cose e i denari. Vedere quelle due sagome, che sembravano dei monaci, camminare lenti, ma come le lepri ondeggiando di qua e di là, un po’ spersi, mi ha fatta stare anche più attenta… Non si sa mai… Uno era più giovane, l’altro più vecchio, e si guardava attorno con occhi profondi, che entravano a frugare dappertutto, cose, case, persone.

Erano quasi davanti a me, quando uno straccione di ragazzino sporco e maleducato si è messo a correre e gli ha tagliato la strada, facendo inciampare il più vecchio su una pietra e cadere a terra. Naturalmente la bestiolina se l’è data a gambe, mentre il monaco a terra non ha fatto un solo gesto né un lamento… Io non ho potuto restare ferma e sono corsa ad aiutarlo. Mi sono inginocchiata vicino a lui, che mi ha guardata: mi sono sentita arrivare quello sguardo fino al cuore. Il frate giovane aveva una bisaccia semivuota e cercava di aiutarlo, ringraziandomi per la sollecitudine… Il vecchio con un braccio si è appoggiato alla mia spalla, con l’altra sul bastone e ci siamo alzati. Ormai in piedi, prima di lasciarmi mi ha accarezzato la guancia. Li ho pregati di aspettare: ho preso la brocca dell’acqua, che ho sempre con me, e gli ho dato da bere, e poi in uno dei miei cestini ho messo 4 meline piccole e grinze e 2 uova e gliele ho date.

Mi ha detto:” Sei una donna buona e generosa. Hai molto sofferto. Ma l’Altissimo ti compenserà perché tu segui il cuore”. Mi è venuto da inginocchiarmi e baciargli la mano, perché diceva cose così belle… Ma lui mi ha alzata e mi ha detto: “ Che fai, sorella? Io, dovrei inginocchiarmi davanti a te… Ma rischio di non rialzarmi più, per oggi…Tu ci hai dato aiuto e i frutti del tuo lavoro. Che Dio faccia di te un albero ricco di doni …”E mi ha posato la mano ossuta sul ventre. Non capita mai che uno sconosciuto faccia una cosa così, ma non mi ha dato fastidio, anzi, ho sentito dentro una grande serenità, come se quella mano avesse spazzato via tutti gli anni di lacrime e dolore per i miei bambini mai nati, come se, senza sapere, lui sapesse … Prima di incamminarsi, mi ha detto di chiamarsi Martino e ha chiesto se conoscevo qualcuno che potesse portarli all’isola, alla Gallinaria. Certo! E li ho mandati da Bartolo, il pescatore.

Non li ho più visti, anche se ogni tanto chiedevo notizie a Bartolo. E a volte pensavo al monaco Martino.

Il mese dopo non ho visto il sangue del giro della luna. E nemmeno il mese successivo. Ghita mi ha detto che ancora una volta ero gravida. Ho tremato. Ho pregato. Tanto. E una notte ho sognato quel monaco che mi diceva “Che Dio faccia di te un albero ricco di doni”. Mi sono svegliata sudata e piangevo, perché per la prima volta nel mio cuore sentivo che sarebbe successo…

Trascorso il tempo, ho messo al mondo mio figlio, un piccolino forte e grande urlatore, che ciuccia il latte dal mio seno come un vitello e che è l’orgoglio mio e di suo padre.

L’abbiamo chiamato Martino.