Piazza Torlaro racconta:
"La strega"

 

A me là mi ci ha portata Bartolo, il pescatore. Mi è arrivato a casa una sera, sarà stato il Vespro, tutto agitato… Quello c’ha un sacco di figli e ho pensato che era successo qualcosa a uno di loro… Non riusciva a mettere insieme le frasi: aveva corso… Ho capito:” Sta morendo, devi salvarlo!”.

Gli uomini non partoriscono e non hanno le fasi lunari del ciclo, non tengono una creatura nella pancia per 9 mesi, non sanno, anche se fanno le guerre e muoiono in battaglia. Ma io so come fare: ho visto il mondo da un po’ di anni…Gli ho dato uno sberlone dritto in viso! Mi ha guardata che credevo volesse uccidermi. Invece mi ha chiesto scusa e mi ha spiegato: era preoccupato per quel monaco arrivato qualche tempo fa sull’isola, quel Martino che è scappato con un suo compagno sulla Gallinaria per non essere ucciso da quegli altri che credono in Dio come lui, ma non hanno paura di ammazzare dei fratelli solo perché non la pensano esattamente come loro…

Io non li capisco questi uomini di Chiesa, uomini di fede, uomini di Dio, che se un fratello cade, lo pugnalano invece di tendere la mano. Che maestri!

Va bè, insomma, quel Martino pareva mezzo morto a Bartolo, che ogni tanto andava all’isola per avere notizie. Il frate più giovane era disperato: Martino diceva cose senza senso, sembrava posseduto, invasato, ruotava gli occhi, non lo si poteva toccare, più volte aveva avuto scariche fetide, e immobile nel suo sudore e schifo, respirava a fatica… Ho solo chiesto:” Cosa mangia questo pazzo?” Erbe, radici e acqua…

Ma certo! Che il Signore Onnipotente mi aiuti e guardi il suo monaco mentre Ghita fa quello che sa. Che Bartolo mi aspettasse: dovevo preparare un decotto! Non sapevo cosa avrei trovato sull’isola e quei due matti forse non avevano nemmeno il fuoco…

Sono abituata a guarire dai veleni del corpo e dell’anima, riesco quasi sempre a girare il bambino per farlo nascere senza squarciare la madre, a rimettere a posto un braccio rotto o una gamba spezzata, a cucire una ferita profonda: dovevo provarci anche questa volta. Dovevo riuscirci: quel monaco mi piaceva a istinto, anche se non lo conoscevo. Ciò non toglie che fosse uno stupido.

Non avevo mai fatto così presto a preparare un medicamento: messo il liquido in un contenitore di coccio, ho preso delle pezze di stoffa e una tunica, una coperta e i miei attrezzi. Saliti sulla barca, ho minacciato Bartolo che non ondeggiasse troppo, visto che il mare era calmo: non potevo rovesciare il mio liquido prezioso.

Il ragazzo più giovane era in ginocchio, poco distante dal compagno morente, e pregava. La puzza di escrementi si sentiva da lontano. Martino quasi non respirava, solo un rantolo. “Ragazzo, continua pure a pregare, ma vammi a prendere un secchio d’acqua! Tu, Bartolo, reggimi la torcia! Veloci!”

Mi sono avvicinata: ho uno stomaco forte, per fortuna. Quell’uomo stava morendo. Quell’uomo mangiava radici e aveva scelto quelle sbagliate: l’elléboro, che libera i visceri e la mente, facendola vagare in terreni sconosciuti e terribili, velenosissimo e difficile da dosare anche per chi lo conosce…L’ho preso e me lo sono appoggiato al petto, gli ho aperto le labbra e, aiutata da Bartolo, gli ho cacciato in gola a forza il decotto. Ha tossito un po’. Buon segno. L’ho cullato come un bimbo: non ci è voluto molto. Dalle sue viscere è uscito tutto il veleno ingerito in fiotti di vomito che lo liberavano. Ci ha messo un po’…

Il giovane era arrivato col secchio: abbiamo strappato pezzi di stoffa e con una pezza bagnata gli ho pulito il viso: ora respirava, piano piano sempre più regolare. Lo abbiamo spogliato e lavato, togliendo sporco, schifezze e puzzo. Lo fregavo con finocchietto e menta, per profumargli la pelle e dargli sollievo nel respiro… Troppo debole, non poteva camminare, così i due uomini l’hanno trasportato nella grotta dove vivono. Gli ho arrangiato un giaciglio con la coperta: me la riporterà Bartolo quando potrà, e ho preparato una zuppa: quei due sciocchi facevano gli asceti per salvare il mondo con la preghiera e intanto morivano di stenti…

Sono rimasta sull’isola 1 giorno e 2 notti: volevo essere sicura che il monaco si riprendesse, e per ritornare ad Albenga preferivo non essere vista. La seconda notte, debole e provato, Martino stava decisamente meglio, e abbiamo parlato a lungo. Nei rari momenti di lucidità che gli aveva concesso il veleno, aveva pregato, tanto: era sicuro che l’Altissimo lo avrebbe ascoltato e, se riteneva che fosse ancora utile al mondo, l’avrebbe salvato… ”Sei ancora utile. Dio ti ha ascoltato, vedi? Ha mandato me. Ha scelto la catena di esseri umani per salvare uno sciocco frate che non conosce le erbe e si avvelena senza chiedergli il permesso… La forza della catena, una mano che tiene l’altra, che tiene l’altra, che tiene l’altra, Bartolo, Ghita, il tuo compagno, anelli della catena che ti ha tirato su dall’abisso. Non mangiare mai più questa pianta!” e gliel’ ho fatta vedere bene, poi, messa in un sacchetto di cuoio, gliel’ho legata alla cintola…”Mai più, o nemmeno Dio ti potrà salvare!”.

“Ghita, che Dio ti benedica per la tua bontà. Mi hai dato la vita di nuovo come una seconda madre, in una seconda nascita. Grazie”.

Ci siamo abbracciati e ho sentito che la mia vita forse era stata un po’ utile nel servizio degli altri… Questo monaco sciocco, in fondo, era un grande uomo di Dio. E se piaceva a lui, poteva anche piacere a me!